il matto

Il personaggio descritto nella poesia è esistito veramente. È un ricordo della mia infanzia: un vecchio con la barba incolta e i vestiti logori che girava per il paese e attaccava bottone con tutti. Un barbone, diremmo oggi, uno che per sopravvivere faceva dei piccoli lavoretti, di solito per le persone anziane o sole. E, proprio come descritto nella poesia, non voleva essere ricompensato con i soldi ma con roba da mangiare o vestiti dismessi.

Allora io ero molto piccolo e questo vecchio eccitava la mia fantasia. Mi meravigliava, e meravigliava soprattutto tutti i miei compaesani, il fatto che buttasse via i soldi alla fine della giornata, per la gioia dei ragazzini che facevano a gara per accaparrarsene. Per questo era reputato un pazzo.

Adesso capisco che il suo era un atto di libertà.

In una società dove sono andati perduti tutti i più elementari principi di solidarietà umana, per l’avidità dei più, l’atto di liberarsi di quei pochi spiccioli acquista un significato simbolico non tanto di spoliazione e di sacrificio, tipico della cultura religiosa, quanto un atto di riappropriazione della propria libertà e della propria dignità.

 

Il vecchio pazzo

 

Anche se vado lurido e logoro
e con la barba incolta
non ho da rendere conto a nessuno io.

Dormo nello sgabuzzino sotto al municipio
e da qualcuno c’è sempre
una minestra e un bicchiere di vino
che mi riscaldano.

Non voglio soldi
per i miei piccoli lavori qua e là
è roba che rende cattivi:

per questo la sera
se me li danno per forza
li butto giù dalla piazza
e i ragazzi li vanno a raccogliere.

Ma la mattina il sole
mi trova sempre che dormo
e mai nessuna donna o uomo
ha fatto di me uno schiavo.